Battere gli errori degli imprenditori: il punto di vista di Luca Pagni
Luca Pagni giornalista di Repubblica,
autore del blog Piccole
Grandi Imprese è il primo degli autori che ci guidano dentro il mondo degli
errori che un imprenditore non deve commettere per avere successo.
Premesso che sono più un "raccontatore" di storie di imprenditori
che un analista di dati, un “cantastorie” piuttosto che un consulente
societario, ammetto che non mi riesce difficile individuare limiti, difetti e
lacune delle Pmi italiane.
Il limite delle
dimensioni. "Piccolo non è bello, piccolo è solo piccolo".
Per anni, l’ex amministratore delegato di Unicredit e ora presidente di Mps ha
girato l’Italia dei convegni spiegando come la favola tutta italiana della
piccola e media impresa che conquista i mercati fosse ormai al capolinea. In un mondo che si è allargato, le
dimensioni contano eccome. Così come conta essere presenti su più mercati
contemporaneamente. E che il piccolo finirà, inevitabilmente, per essere
mangiato dal grande. O è destinato a soccombere. Per dirla in altri termini: oggi o una impresa ha come riferimento
almeno il mercato europeo (come hanno saputo fare bene i tedeschi) oppure non è.
Il limite delle
alleanze. Ma per
crescere bisogna fare acquisizioni, meglio ancora, fare massa mettendo insieme
coloro che fino al giorno prima si facevano la guerra per le quote del mercato
interno. Ma non c’è nulla da fare: l’imprenditore medio italiano ha
l’idiosincrasia alle aggregazioni tra pari. Piuttosto vende e si ritira, se non
peggio. Mi è capitato di scrivere del distretto comasco della seta, messo in
crisi dai prodotti cinesi. Le imprese
sono rimaste a carattere familiare, quasi nessuna si è affidata a manager,
non c’è stato verso di fondere le società migliori.
Il limite degli investimenti.
Per crescere bisogna investire. Ma in questo campo, è noto, siano in fondo alle
classiche europee. Tanto per dire: con l’ultimo scudo fiscale del
"fiscalista" Tremonti solo il 5 per cento dei fondi riportato in
patria sono stati investiti nelle imprese. Ma
l’investimento è anche in risorse umane. Per cui si resta sempre molto
perplessi quando imprenditori anche di successo non si rendono conto che
l’azienda affidata a dirigenti esterni è salutare se i figli o le seconde
generazioni non sono all’altezza.
Il limite della squadra. Anche qui nulla di
nuovo. Le Pmi italiane preferiscono muoversi come lupi solitari. Non si fidano
delle strutture pubbliche. E solo di recente hanno capito l’importanza di
istituzioni come la Sace. Così finisce che nelle missioni ufficiali del governo
si formano contratti solo per i grandi gruppi, magari quelli controllati da
Tesoro.
Il Limite della finanza. Questo lo posso
raccontare bene, perché mi è stato raccontato da un banchiere che si sta
occupando proprio di "irrobustire" le Pmi. Gli imprenditori si scordino delle banche come partner finanziari per
la crescita nei prossimi anni. Anche per il dopo recessione. Le nuove
regole restringono il campo d’azione delle banche, così come i coefficienti di
patrimonializzazione,. E le "storture" di Basilea III faranno il
resto. I nuovi partner non potranno che essere private equity, venture capital
per chi muove i primi passi, fondi pensione e fondi sovrani. I denari bisognerà
chiederli a chi ce li ha.
Il limite del record. Mi si dirà: ma le
imprese del nord-est, dei distretti, delle eccellenze hanno ripreso ad
esportare, si muovo come se non meglio dei concorrenti tedeschi. Vero per le
eccellenze. Ma le altre?