Un blog per vendere all'estero

Vendere all'estero è una grande opportunità per le aziende italiane, tutte, specie quelle artigianali, piccole e medie.
In questo blog lavoreremo insieme per trovare la strada migliore e avere successo con facilità.

“Tra vent’anni sarai più deluso delle cose che non hai fatto che di quelle che hai fatto. E allora molla gli ormeggi. Lascia i porti sicuri. Lascia che gli alisei riempiano le tue vele. Esplora. Sogna”

Mark Twain.


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lunedì 4 giugno 2012

QRCode e creatività

Guest post di Andrea Annunziata, creatore di SportThink che aiuta a rendere efficaci e profittevoli le sponsorizzazioni sportive con attività di SportMarketing e curatore del blog omonimo. Ci illustra una iniziativa che con creatività associa il sostegno alle attività giovanili con la promozione di un marchio attraverso l'uso di codici QR.





Molto spesso si parla di mancanza di innovazione nelle nostre aziende. In particolar modo lo si afferma per tutte quelle società professionistiche dello sport italiano troppo legate alle sponsorizzazioni aziendali fatte spesso da imprenditori mecenati o super-appassionati di quella disciplina/squadra sportiva.
Vi sono però casi importanti di rinnovamento e tra questi va certamente segnalata la pallacanestro Biella, società strutturata in modo aziendale con dirigenti seri e professionali.
Per loro la sponsorizzazione non è un dono fine a se stesso, per loro farsi sponsorizzare significa dare dei ritorni ai propri partner/sponsor.
Con questo tipo di visione è facile riuscire a prendere spunto dalle campagne promozionali delle aziende e traslarle al mondo dello sport.
Ecco come l'innovazione del QR-Code entra a far parte della campagna di sostegno della società sportiva.
In pratica dalla fine di aprile è iniziata una raccolta fondi diffusa per il sostegno alle squadre giovanili della Pallacanestro Biella (importo fisso di 1€) con l'utilizzo esclusivo di un QR-Code specifico per l'occasione.
Questo però non poteva accadere senza il supporto di uno sponsor importante come Banca Sella che ha in know-how necessario e che ha l'obiettivo di diffondere nel territorio biellese il pagamento attraverso cellurare e QR-Code, andando cioè oltre l'uso di carte di credito e di debito.
I benefici ci sono e per tutte le parti in causa, infatti Banca Sella vedrà diffondersi il suo prodotto Up Mobile tra i tifosi biellesi, mentre la società sportiva otterrà un certo numero di donazioni. Basterà vedere la cifra complessivamente raccolta per comprendere la diffusione dell'iniziativa.
Certamente questo tipo di raccolta fondi con partnership bancaria può essere sviluppata nel mondo dello sport specie quando le tematiche sono quelle dell'inclusione sociale e della diffusione dei valori etici di cui lo sport è portatore, penso ai comitati paralimpici e a sport come il rugby, ma siamo solo agli inizi e gli sviluppi possono essere davvero molteplici.

giovedì 23 febbraio 2012

C'è sempre da imparare




Ci sono persone che sanno trascinarti con il loro esempio. Per me una di queste è Francesco Secchiaroli, che ho conosciuto un anno fa a Miami e ho avuto occasione di rivedere più volte negli Stati Uniti, apprezzando sempre di più il suo stile e il suo coraggio.

Francesco è il titolare di CapSec,  il suo sogno diventato realtà prima ancora che una azienda. In un certo qual modo invidio la sua giovane età – occhio e croce avrà 15 anni meno di me- e specialmente la sua determinata tenacia. 

È per me l’esempio vivente di come la forza di volontà possa condurre ad un obiettivo, a prescindere da quale sia il grado di difficoltà nel raggiungerlo. 

Vorrei condividere che cosa ho imparato dalla sua frequentazione, suggerimenti tratti dalla sua esperienza nell'aiutare aziende italiane ad aprire filiali sul territorio USA, e avere successo:


1.    Lascia perdere il prodotto, il tuo prodotto al  quale tieni così tanto.
2.     Non fare affidamento sui tuoi sogni.
3.  Si pronto ad ascoltare, in tutti i sensi che questa parola significa.

Andiamo più in dettaglio:

1.     Ci innamoriamo di ciò che facciamo, sia esso prodotto o servizio, e/o vendiamo. E questo è particolarmente vedo per i professionisti e gli imprenditori. Specie se sono italiani e vogliono vendere all’estero. E’ la sindrome del “mio bambino”: l’ho fatto io, è così bello, basta mostrarlo perché la gente desideri comperarlo. Non fatelo. Può fare molto male. Iniziamo a pensare al mercato invece, ai gusti,  alle aspettative ai loro obiettivi e bisogni.


2.     Non pensiamo che il nostro entusiasmo sia sufficiente a far accadere le cose. Costruiamo invece un piano solido, sia finanziario sia logico. Conoscete gli alberi di Goldratt? L’albero della realtà corrente per identificare i problemi e la causa prima; quello della realtà futura per simulare il cambiamento e le sue conseguenze; quello della transizione per definire il piano d’azione; quello S&T per disegnare con precisione la strategia e la sua tattica. Se volete saperne di più, chiedetemi e sarò lieto di raccontarvi.

3.     Siamo sobri, umili, cerchiamo di ascoltare ed imparare dagli altri, osserviamo che cosa fanno non sono cattivi, non cercano di fregarci, sono anzi disposti a spartire esperienze, saggezza, che –ce lo ricordiamo?- è il nome con cui chiamiamo gli errori che hanno prodotto consapevolezza. Personalmente prediligo un profilo basso, piuttosto che grandi proclami che possono finire in polvere. Inoltre questo atteggiamento produce amici e permette di allargare il proprio network.


Ma, sorge un dubbio: questi suggerimenti sono validi solo per chi deve crearsi un mercato nuovo in un altro paese, o non piuttosto valgono altrettanto per la nostra attività di tutti i giorni?

domenica 19 febbraio 2012

Gli errori della vendita






Abbiamo cercato reti commerciali anche all’estero ma senza fortuna. Abbiamo investito in volantinaggi e pubblicità, ma non abbiamo ottenuto nulla. Abbiamo cercato negozi e grande distribuzione, ma tutti ci dicono che al massimo sono pronti ad accogliere la nostra merce in conto vendita.

Affermazioni che mi capita di sentire spesso e che sono riconducibili tutte ad un'unica causa: il troppo amore per la propria creazione. O per meglio dire: la presunzione che il prodotto faccia il mercato.

Non è più così. Non è così se non hai un brand affermato, se non basta il tuo logo, che sia una mela o uno sbaffo, a generare aspettativa e desiderio.

Il tuo prodotto sarà anche bello, ma al negozio serve che svuoti lo scaffale, all’agente serve che gli permetta di arrivare a fine mese. E se il cliente finale non sa neanche che esisti, perché dovrebbe comprare te invece del tuo concorrente che ha un nome più noto?

Cerca di costruirti un posizionamento e la rete oggi è la strada più rapida ed estesa. E richiede investimenti ridotti.

Mi dicono: preferiremmo costruire una rete di punti vendita nel mondo che trattino i nostri capi prima di passare alla’e-commerce e aumentare la presenza nel web.

Rispondo: mi sembra un errore strategico. Per queste ragioni

1)  come fai ad essere appetibile per i negozi nel mondo se nessuno sa chi sei?
2)  Quanto ti costa la distribuzione e quanto ti porta via di margine? Di conseguenza quante volte in volume devi vendere nei negozi per raggiungere il medesimo livello di margine di un e-commerce?
3)  Vendere nei negozi significa produrre prima, vendere in e-commerce significa produrre sull’ordinato. O quasi. Ma ci siamo intesi. Quanto guadagni in termini di oneri finanziari e magazzino?
4)  Quanto devi spendere per farti conoscere nel mondo reale e quanto (poco) puoi investire per aumentare la tua reputazione on-line?
5)  Che cosa conta di più all’inizio: affermare il proprio brand e diventare noti o cercare di vendere come sconosciuti in negozi di provincia?
6)  Il fatto di avere un marchio noto e di vendere on-line quanto aumenta il tuo potere negoziale nel momento in cui cercherai negozi dove essere fisicamente presente?

Che ne dite?